Rassegna Stampa
L'ultimo assalto alla terra promessaStefano Liberti, il Manifesto, 26 giugno 2004
«Distruggere la Palestina» della studiosa e attivista pacifista israeliana Tanya Reinhart. Una aspra analisi critica della politica portata avanti dai governi di Tel Aviv dal 1948 fino al 2002. Ma l'aspetto più innovativo nel libro è la messa a fuoco del ruolo pervasivo e soffocante dei militari nella società politica israeliana.
«La seconda fase della guerra del 1948». Così nell'aprile 2001 Ariel Sharon, controverso generale divenuto da appena due mesi premier di Israele, definiva le operazioni dell'esercito di Tel Aviv nei Territori occupati. Poco rilanciata dai media, questa espressione nascondeva un obiettivo chiaro: la cancellazione delle aspirazioni delle popolazioni di Gaza e della West Bank e l'annientamento definitivo delle fragili strutture di quella pallida «Autorità nazionale palestinese» uscita dagli accordi di Oslo. Un disegno che Tanya Reinhart analizza in modo minuzioso e coerente in un libro appena uscito in Italia, che fin dal titolo (Distruggere la Palestina. La politica israeliana dopo il 1948, Marco Tropea, pp. 254, € 17) mostra in modo incontrovertibile la siderale distanza dell'autrice dal pensiero mainstream, secondo cui quella condotta dallo stato israeliano sarebbe solo una guerra difensiva per la propria sicurezza. Professoressa di linguistica all'università di Tel Aviv, columnist abituale dello Yediot Aharonot e autrice prolifica di articoli sul Medioriente per la stampa radical e alternativa statunitense (The Nation, Znet), Reinhart è una delle voci più critiche della sinistra israeliana, oppositrice di lunga data dell'occupazione militare e del dominio coloniale sulla Palestina. In questo suo libro - uscito in lingua francese e inglese nel 2002 - fornisce una ricostruzione dettagliata di quello che definisce «il periodo più buio della storia di Israele», ossia gli anni successivi al fallimento del vertice di Camp David, nel luglio 2000, seguito dallo scoppio dell'Intifada al Aqsa e dalla brutale rioccupazione militare dei territori palestinesi. Una ricostruzione che non si avvale di fonti primarie - la maggior parte delle informazioni sono tratte da articoli e resoconti usciti sulla stampa israeliana -, ma che ha il pregio di fornire una visione d'insieme e individuare un disegno complessivo nelle azioni e nelle strategie dei leader politici. Così, secondo Reinhart, i principali responsabili dell'attuale disastro sarebbero i dirigenti dello stato israeliano, che inseguono il sogno mai sopito di una Grande Israele dal Mediterraneo al Giordano e che, pertanto, non escludono l'eventualità di una seconda Naqba, un nuovo esodo forzato dei palestinesi, dopo quello avvenuto nel 1948.
Reinhart condanna in modo netto tanto la destra più estrema quanto i più raffinati laburisti e individua una sottile linea rossa nel comportamento di tutti i governi che si sono succeduti dagli accordi di Oslo a oggi. In quest'ottica, la contesa elettorale del 2001 tra Ehud Barak e Ariel Sharon non è stata altro che lo scontro tra due facce della stessa medaglia, giacché entrambi i candidati provenivano da quella «setta militare» che, secondo l'autrice, tiene in scacco il paese. Entrambi appartengono a quella generazione di combattenti cresciuta all'ombra di Moshe Dayan e entrambi nutrono - con qualche sfumatura diversa - lo stesso sogno di dominio. Così Reinhart smonta in modo impietoso la costruzione propagandistica che Israele ha voluto imporre al mondo, secondo cui il principale responsabile della deriva presa dagli eventi sarebbe Yasser Arafat, che ha respinto le «generose offerte di Barak» al vertice di Camp David. Analizzando i vari punti del negoziato (il ritiro dalla Cisgiordania e dalla striscia di Gaza, la sovranità su Gerusalemme e i luoghi sacri, il diritto al ritorno dei profughi) e ricostruendo l'atteggiamento sprezzante del premier israeliano - che non ha mai voluto presentare proposte scritte né ha mai voluto incontrare Arafat faccia a faccia - l'autrice mostra che «Camp David non ebbe come obiettivo la riconciliazione né la fine del conflitto».
Camp David non fu altro che una fase ulteriore di un piano ben congegnato: presentando i palestinesi come interlocutori non leali, i dirigenti di Tel Aviv hanno potuto continuare la loro politica di espropriazione e rendere l'occupazione sempre più irreversibile. Da questo punto di vista, Reinhart individua due strategie diverse ma niente affatto contraddittorie nell'azione dei successivi governi israeliani. Da una parte l'idea della Grande Israele e dell'allontanamento forzato dei palestinesi, cara ai più agguerriti likudnik e alle ali più estreme dell'esercito, come l'attuale capo di stato maggiore Moshe Ya'alon. Dall'altra il cosiddetto Piano Alon, più in voga tra i laburisti, che prevede la cessione del 50 per cento degli attuali Territori occupati a uno scheletro di stato, con la stessa autonomia di gestione che avevano i bantustan sudafricani. Questi due aspetti convivono nelle scelte dei dirigenti israeliani, che ne elaborano in continuazione le sintesi più stravaganti. L'ultima in ordine di tempo è rappresentata da quel piano di disimpegno da Gaza che Sharon cerca disperatamente di attuare, come viatico per una contestuale accettazione definitiva dell'occupazione della Cisgiordania.
La ricostruzione della Reinhart si ferma all'estate del 2002, all'operazione «scudo difensivo» e alla distruzione del campo profughi di Jenin. Ma tutti gli eventi successivi sono in qualche modo prefigurati, quasi a conferma della sua tesi di fondo. Solo il tempo ci mostrerà se la «setta militare» sarà riuscita a realizzare definitivamente il suo sogno di distruzione o se i movimenti di opposizione all'occupazione interni alla società israeliana - che l'autrice esalta nelle pagine finali del libro - saranno riusciti inaspettatamente a prendere il sopravvento.